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	<title>Il sito per gli appassionati di pescasub e apnea &#124; pesca sub, video, apnea, agonismo, eventi, attrezzature, interviste, racconti &#187; Pillole di Tecnica</title>
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		<title>Manovra globale di risalita &#8211; Gabriele Delbene</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 13:52:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pillole di Tecnica]]></category>

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		<description><![CDATA[Manovra globale di risalita &#8211; Gabriele Delbene


PREMESSA:
In relazione alla ripresa della respirazione dopo una lunga apnea attualmente le didattiche propongono due tipi di soluzione. La prima e la piu’ classica prevede di tenere lo snorkel in bocca e di svuotarlo tramite un’espirazione forzata che ha lo scopo di spingere fuori da esso la colonnina d’acqua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://pescasubapnea.forumfree.net/?t=19277459" target="_blank">Manovra globale di risalita &#8211; Gabriele Delbene</a><br />
<!-- pescasubapnea forum, Gabriele Delbene, pescasubapnea forumfree, pesca profonda, pesca in apnea, pesca sub apnea, aspetto profondo, pesca subacquea profonda, tecniche pesca in apnea, sincope anossica, pesca in apnea taravana --><br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-1948" title="pescasubapnea : seac sub aspetto" src="http://www.pescasubapnea.com/pescasub/wp-content/uploads/2010/02/seacmassone-300x204.jpg" alt="pescasubapnea : seac sub aspetto" width="300" height="204" /></p>
<p>PREMESSA:<br />
In relazione alla ripresa della respirazione dopo una lunga apnea attualmente le didattiche propongono due tipi di soluzione. La prima e la piu’ classica prevede di tenere lo snorkel in bocca e di svuotarlo tramite un’espirazione forzata che ha lo scopo di spingere fuori da esso la colonnina d’acqua accumulatavisi. Questa ha il grande svantaggio di dover effettuare un vero e proprio sforzo muscolare esattamente nel momento in cui la tensione della pressione parziale dell’ossigeno è arrivata al suo minimo. Se da una parte lo sforzo può fare la differenza in negativo tra cadere o meno in sincope una volta arrivati alla superficie,dall’altra presenterà il vantaggio che quando avremo perso la coscienza affronteremo la fase del black out che precederà quella della ripresa involontaria dello stimolo respiratorio,in posizione supina ma con lo snorkel svuotato in una piena comunicazione dei polmoni con l’esterno.<span id="more-1945"></span> Naturalmente si presuppone da parte dell’apneista un tipo di assetto leggerissimo e cioè positivo anche in eventuale completa espirazione. La seconda soluzione elimina il problema alla radice non prevedendo lo snorkel inserito in bocca. Vengono quindi eliminati diversi fattori di disturbo e rischio:il principale e piu’ importante è ovviamente lo sforzo espiratorio necessario per spingere fuori la colonnina d’acqua che ha un certo peso,il secondario sono i maggiori tempi necessari all’espirazione e lo spazio morto che una volta liberato lo snorkel rimane comunque occupato da aria viziata che viene nuovamente reintrodotta nelle vie aeree prima dell’afflusso di aria atmosferica. La seconda manovra avviene in posizione verticale con la testa fuori dall’acqua espirando il meno possibile per evitare il repentino abbassamento della tensione di ossigeno ed inspirando il piu’ in fretta e pienamente possibile per evitare il black out. Quest’ultima se da una parte ci favorisce donandoci qualche attimo ed energia in piu’ prima dell’eventuale sincope ,dall’altra ci espone a rischi mortali lasciandoci totalmente indifesi qualora avvenisse. Dobbiamo sempre immaginare un pescatore solitario che si trovi in difficoltà ,in questo caso a testa in giu’ e con la bocca in comunicazione con l’acqua. La posizione a testa in giù viene infatti mantenuta dall’anatomia delle articolazioni scapolo omerale e coxo femorale che funzionando da limitatori alle escursioni articolari,posizionano gli arti come bilancieri impedendo il rovesciamento sul dorso che non sia completamente volontario. Alla ripresa degli stimoli respiratori non avrà la benchè minima possibilità di insufflare aria e con un anche piccolo cambiamento d’assetto dovuto al parziale allagamento dei polmoni,precipiterà velocemente verso il fondo. La manovra che propongo mira ad AUMENTARE LE PERCENTUALI DI SOPRAVVIVENZA eliminando gli svantaggi delle due manovre precedentemente esposte.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-1959 aligncenter" title="pescasubapnea : cernia seac sub" src="http://www.pescasubapnea.com/pescasub/wp-content/uploads/2010/02/cernia-seac-300x225.jpg" alt="pescasubapnea : cernia seac sub" width="300" height="225" /></p>
<p align="center"><span style="text-decoration: underline;"><strong>PRESUPPOSTI FISIOLOGICI</strong></span></p>
<p>Per poter spiegare la manovra che proporro’ in questa relazione,dobbiamo partire con l’identificazione e la spiegazione di alcuni fenomeni fisiologici che avvengono nell’uomo immerso in apnea. Tratteremo il RIFLESSO D’IMMERSIONE (DIVING REFLEX), lo SCIVOLAMENTO EMATICO (BLOOD SHIFT) ed il suo incompleto recupero, le CONTRAZIONI DIAFRAMMATICHE.</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">IL RIFLESSO D’ IMMERSIONE</span></strong></p>
<p>L’adattamento del corpo umano alla discesa in apnea comincia già con la semplice immersione del viso in acqua. Questo riflesso chiamato anche “riflesso del lavandino”è utile a spiegarci che esiste una capacità innata e primitiva che consente di proteggerci dagli effetti dell’immersione e di prepararci per quella in profondità. Gli effetti immediati si evidenziano con una vasocostrizione periferica associata a rallentamento del battito cardiaco. La vasocostrizione avviene prevalentemente nei vasi degli arti diminuendone il calibro con conseguente riduzione del volume del sangue in essi circolante. A ciò corrisponde un’iniziale migrazione di una piccola parte della massa ematica verso il piccolo circolo. Il rallentamento del battito cardiaco o bradicardia da immersione si innesta come già detto al solo semplice contatto del viso con l’acqua ed è dovuto alla stimolazione del sistema nervoso autonomo ed in particolare all’attività del nervo vago (parasimpatico).Si ritiene che questi due adattamenti vadano nella direzione della termoregolazione cercando quindi di mantenere il sangue caldo ed al centro del corpo.</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">LO SCIVOLAMENTO EMATICO</span></strong></p>
<p>La scoperta di questo fenomeno fisiologico è abbastanza recente e risale agli anni settanta nei quali l‘apneista Enzo Maiorca raggiungendo i -51m dimostrò alla comunità scientifica che la conoscenza delle reazioni del proprio corpo d’atleta impegnato in gesti estremi in taluni casi anticipa l’elaborazione delle teorie scientifiche.</p>
<p>Il medico francese Cabarrou fino ad allora considerato il piu’ esperto in materia,ipotizzava che un uomo con 6 litri di volume polmonare totale composti da 5 litri di capacità vitale e 1 litro di spazio morto bronco tracheale potesse al massimo spingersi fino alla profondità di 50m. In ragione della legge di Boyle e Mariotte che dice che volume e pressione sono inversamente proporzionali,la profondità di 50m sarebbe quella alla quale quel volume di 6 litri si ridurrebbe per effetto della pressione 6 volte superiore a quella della superficie, a un solo litro,corrispondente al suo volume di spazio bronco tracheale. Oltre sarebbe imploso. Cosi’ non avvenne e ora sappiamo che il riflesso d’immersione precede e prepara lo scivolamento ematico. Infatti si è osservato un’enorme afflusso sanguigno che tramite la vena cava superiore ed inferiore arriva alla zona del cuore destro dilatando oltremisura la parete del ventricolo. Per effetto della pressione gravante sul sistema si assiste ad un’aumentata resistenza idraulica dei vasi che implica la difficoltà alla sistole specialmente da parte del cuore sinistro con conseguente ristagno di sangue nel cosiddetto piccolo circolo o circolo polmonare. In pratica per impedire lo schiacciamento del torace (effetto teorico della legge di Boyle e Mariotte ) il corpo si adatta occupando in quello spazio dove normalmente si trovano quei 5 litri teorici d’aria uno altro spazio consistente ad opera del fluido sangue che sappiamo per sua natura essere incomprimibile creando quindi una contropressione interna che impedisce di fatto l‘implosione. Ciò è dovuto in larga parte alla capacità dei vasi polmonari di dilatarsi fino a cinque volte la dimensione del diametro originale.</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">L’ INCOMPLETO RECUPERO DELLO SCIVOLAMENTO EMATICO</span></strong></p>
<p>Ricapitolando possiamo affermare che dietro stimolo della pressione si instauri un grossissimo afflusso sanguigno ristagnante nel piccolo circolo. Sappiamo che gli effetti di detto ristagno rimangano anche a secco per un certo periodo di tempo ,addirittura anche a secco e molte ore dopo la fine delle immersioni. Occupiamo però nel dettaglio di ciò che avviene in risalita. La diminuita pressione inverte le resistenze idrauliche e il ristagno tende a riequilibrarsi immettendo velocemente sangue questa volta dal piccolo al grande circolo. Il riequilibro avviene però in dipendenza dalla capacità del sistema di veicolare il flusso ematico ed è ovvio che non possa essere istantaneo. Inoltre la velocità di risalita nell’apneista è spesso elevatissima e certamente superiore a quella della discesa specialmente nei pescatori che per non allarmare le prede preferiscono adottare la tecnica di discesa lenta. Per queste ragioni all’arrivo in superficie il sub si ritrova ancora stagnante nel circolo intra toracico un piccolo volume ematico che ancora preme dall’interno sul famoso volume dei 5 litri. Il mancato istantaneo recupero ematico annuncia i suoi effetti appena iniziata la risalita manifestandosi attraverso quelle bollicine che vedrete sempre uscire dalla maschera del sub in riemersione. Questa fuoriuscita d’aria risulta continua e dipenderà essenzialmente dalla velocità di risalita e dall’intensità e frequenza delle contrazioni diaframmatiche. Corrisponderà, infatti, una massima dispersione nel momento di rilasciamento del diaframma nella fase di contraccolpo verso l’alto quando l’azione meccanica potrebbe tendere a creare un flusso verso l’alto favorito anche dalla rapida espansione gassosa.</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">LE CONTRAZIONI DIAFRAMMATICHE</span></strong></p>
<p>Sappiamo che l’apnea si divide in due fasi,la fase cosiddetta del benessere e la fase della sofferenza. La sofferenza è causata da una serie di manifestazioni dovute al consumo dell’ossigeno ed al conseguente innalzamento del tasso dell’anidride carbonica. I recettori chimici presenti nel midollo spinale e piu’ precisamente nel tronco mesencefalico registrano quest’ultima variazione ed in risposta inviano dei segnali eccitatori ai nervi responsabili della motilità del muscolo diaframmatico.Come sappiamo la cupola diaframmatica tendinea viene abbassata dall’azione delle bandelle muscolari in contrazione creando un’azione involontaria che mira ad attrarre aria nella parte bassa della piramide polmonare.</p>
<p>Ora che abbiamo trattato dei fenomeni fisiologici intervenenti nell’immersione possiamo passare a spiegare come si possono sfruttare durante l’esecuzione della manovra globale di risalita.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-1958 aligncenter" title="pescasubapnea : seac sub cernia bianca" src="http://www.pescasubapnea.com/pescasub/wp-content/uploads/2010/02/seacbianca-204x300.jpg" alt="pescasubapnea : seac sub cernia bianca" width="270" height="342" /></p>
<p align="center"><span style="text-decoration: underline;"><strong>LE FASI DELLA MANOVRA</strong></span></p>
<p align="center">Come si effettua allora la manovra?</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">1 &#8211; LO SNORKEL INDOSSATO, LA COMPENSAZIONE IOIDEA</span></strong></p>
<p>Dovremo innanzitutto lasciare lo snorkel in bocca. I motivi del lasciarlo indossato sempre dipendono principalmente dal fatto che la manovra si concluderà in risalita con questa modalità. Ci sono però in quest’abitudine altri vantaggi importanti che riguardano la discesa e che prevedono la tecnica che ho chiamato di COMPENSAZIONE IOIDEA. Infatti in questa posizione la mandibola si libera e si allontana anche parecchio dal palato favorendo indubbiamente i movimenti che, partendo dalla muscolatura sopra e sotto ioidea ,coinvolgono una serie di tessuti contigui vicini all’apertura degli orifizi delle tube di Eustachio ed in particolare sotto di essi. E’ come se si pretensionasse questa catena tissutale mettendo i tessuti sottorifiziali in una sorta di situazione meccanica che ne FACILITERA’ L’APERTURA sotto sollecitazione delle manovre di compensazione. La traduzione didattico pratica prevede quindi la movimentazione mandibolare con spostamenti semplici o composti. Per movimenti semplici si intendono l’abbassamento e la traslazione antero posteriore della mandibola,per composti si intendono la combinazione dei due eventualmente integrati da piccoli spostamenti laterali. L‘apneista dovrà sperimentare a seconda della propria unica e particolare morfologia quali siano i movimenti che facilitano l‘apertura degli orifizi. L‘esercizio si può provare comodamente a secco. Per soggetti particolarmente predisposti la compensazione ioidea sarà una vera e propria tecnica di compensazione, per gli altri solo una TECNICA DI FACILITAZIONE.</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">2 &#8211; IL RILASSAMENTO DEL MASSETERE, L‘APERTURA DELLA GLOTTIDE</span></strong></p>
<p>L’abitudine a tenere indossato il boccaglio comporta una maggiore presa di coscienza delle proprie tensioni psichiche.</p>
<p>Sappiamo riconoscere facilmente una persona nervosa o tesa osservandone i movimenti ritmici e contratti della mascella. Ovviamente in immersione le tensioni sono maggiori che nella vita comune e si ripercuotono molto sulla contrazione del muscolo massetere. Risulta molto più facile ascoltare le proprie tensioni perciò avendo come mezzo di contrasto il morso dello snorkel. L’ aumentata consapevolezza favorisce un conseguente maggiore rilassamento del muscolo massetere e della lingua. La radice della lingua essendo strettamente collegata alla glottide la trascina anteriormente con sé DETERMINANDONE L’APERTURA o facilitandone la stessa.. Come sappiamo dagli studi del dottor Malpieri;l’apertura della glottide rappresenta un fattore discriminante al fine di non incappare nel barotrauma polmonare da risalita profonda. Anche solo a questo scopo potrebbe essere quindi consigliabile tenere lo snorkel indossato a misura preventiva di sicurezza.</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">3 &#8211; IL RECUPERO DELL’ ARIA, IL RIMESCOLAMENTO DIAFRAMMATICO</span></strong></p>
<p>L’apneista avrà raggiunto lentamente il fondo, la compartimentazione del sangue nel circolo intra toracico sarà arrivata al suo massimo, inizia la risalita con associate le contrazioni diaframmatiche. L’inversione del ristagno ematico ora in via di ritorno verso il grande circolo non essendo istantanea lascia ancora un accumulo sanguigno che provoca una pressione interna che tenderà a far uscire l’aria fuori dalla maschera. La spinta migratoria dell’aria nella maschera verso l’esterno sarà favorita oltre che dalla tendenza della stessa alla riespansione, anche dalle spinte del diaframma che risale verso l’alto a fine contrazione. Per ovviare a ciò si dilaterà il tempo di contrazione indugiando con un intervento VOLONTARIO nell’estroflessione dell’addome per fuori(abbassamento del diaframma).Ciò può essere spiegato all’apneista semplicemente chiedendogli di “tirare su”in maniera prolungata con il naso come fanno i bambini col raffreddore ogni qualvolta sentirà la maschera alleggerirsi sul viso per effetto della spinta della riespansione gassosa. Per i meno evoluti semplicemente chiedendo di tirare sù ogni paio di secondi. La manovra proposta oltre a recuperare l’aria aiuta il rimescolamento gassoso spostando una parte dell’aria vergine contenuta nello spazio morto bronco tracheale e nella maschera agli alveoli dove ristagnava aria viziata. Si potrebbe obiettare che trattenere l’aria in questo modo potrebbe favorire l’insorgenza del barotrauma per la maggiore pressione che viene a determinarsi nei polmoni piu’ alta di quella che si trovava a pari quota in discesa. Ritengo che ciò non avvenga per due motivi. La posizione dello snorkel indossato favorente l’apertura della glottide fa si che questa sovrapressione abbia libero sfogo cercandosi la via d’uscita e non sarà di certo “tirando su “col naso che impediremo all’aria di espandersi o fuoriuscire senza creare danni. Il secondo motivo l’ho compreso durante la mia esperienza didattica nella pescasub. Prima dell’immersione il pescatore compie nella stragrande maggioranza dei casi un’inspirazione che non è mai massimale. Materialmente non riesce a porre costantemente l’attenzione alla completezza del gesto inspiratorio, si tratta perciò di un gesto tipico che porta ad immettere grosso modo l’ 85% del volume massimo catturabile Perciò il ristagno ematico che dilata l‘aria in risalita ha ancora un bel volume da riempire pari o superiore al mezzo litro. Anche nell’apneista puro questo rischio è basso a meno che non effettui la manovra della “carpa”o respirazione glosso faringea che precomprime l’aria nei polmoni associando magari la mandibola chiusa senza snorkel che spinge nelle contrazioni muscolari la glottide in basso tappando la trachea.</p>
<p>IL GUADAGNO TEORICO, IL 10%DELLA NOSTRA APNEA: per quantificare il possibile guadagno teorico del recupero dell’aria forniamo qualche altro dato. Immaginiamo una maschera di 150cc compensata insufflando aria fino a 30mt. di profondità. Considerando le 4atm che vi si trovano, avremo nella nostra maschera ben 600cc ridotti a 150 dalla pressione In risalita l’incompleto recupero dello scivolamento ematico e la riespansione gassosa concorrono a farne uscire la differenza e cioè circa 450cc all’esterno sotto forma di quelle bolle che tutti noi avremo osservato ci lasciamo dietro. Riuscendo a trattenere questo volume avremo trattenuto quasi il 10% del nostro volume incamerato con l’ultima inspirazione. Aria insufflata nella maschera proveniente dallo spazio morto e quindi ossigenata non avendo partecipato agli scambi gassosi. Se la nostra apnea dura ad esempio 90 sec, recuperando e rimescolando opportunamente quell’aria potremo guadagnare 8\9 sec. Ma se anche nella peggiore delle ipotesi fossero solamente 5 i secondi guadagnati, non credete che sia comunque sufficiente per allontanare enormemente il rischio black out?</p>
<p><strong><span style="color: #0000ff;">4 – L’ ESPIRAZIONE FACILITATA, NESSUNO SFORZO ESPIRATORIO</span></strong></p>
<p>Arriviamo a questo punto vicino alla superficie avendo trattenuto quest’aria che voleva uscire pressata dall’interno dall’incompleto recupero del blood shift.Nelle spiegazioni teoriche spesso paragono i volumi del ristagno ematico alla frutta. Parlo quindi del volume di un grosso melone a quote molto impegnative, passando al pompelmo, all’arancia fino al volume di un mandarino in prossimità della superficie. Questo mandarino d’aria non aspetta che poter fuoriuscire e quindi arrivati a circa un metro dalla superficie non dovremo fare altro che smettere di trattenerlo permettendo che, SENZA NESSUNO SFORZO ESPIRATORIO, si trasferisca dalla bocca allo snorkel.Lo sforzo espiratorio non è richiesto perché l’aria in quell&#8217;ultimo metro dilatandosi lo svuoterà automaticamente Dalle prove pratiche nei lunghi anni in cui ho adottato questa tecnica mi sono accorto, infatti, che il mandarino d’aria occupa inizialmente quel volume per poi proseguire completando quasi tutta l‘espirazione. Dal punto di vista didattico è una manovra di semplice apprendimento, richiede solo una certa attenzione per sincronizzare il momento d’inizio dell‘espirazione facilitata.</p>
<p>Avremo ottenuto il vantaggio enorme di aver abbassato i rischi di andare in sincope poiché non effettueremo sforzi espiratori(come nella manovra senza snorkel)però rimanendo in contatto con l’aria(come nella manovra con l’espirazione forzata in superficie)qualora cadessimo incoscienti. Inoltre avremo rosicchiato altro tempo cominciando l’espirazione un metro sotto, completandola in quel metro percorso in quell‘ ultimo secondo, pronti ad inspirare appena la punta dello snorkel si affacci alla superficie. La posizione a testa in giu’ con le braccia a fare da bilancieri sarà quella che ci manterrà comunque in equilibrio senza fare entrare acqua nell’albero respiratorio. Dopo pochi secondi, alla ripresa degli stimoli respiratori involontari avremo molte più possibilità di riprendere a respirare e quindi di svegliarci dal black out.</p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>CONCLUSIONI</strong></span></p>
<p>Nel 1989 un conoscente mi raccontò che stava pescando fondo, era da solo con pochissima zavorra. Riuscito ad arrivare a galla dopo un’immersione al limite, appena liberato il boccaglio dall’acqua cadde svenuto Mi rimase impresso che disse di essersi risvegliato respirando nello snorkel, ad una certa distanza dal pallone segno questo che fosse rimasto per un certo tempo svenuto e trasportato dalla corrente. Da lì ebbi l’intuizione che non avrei mai più abbandonato lo snorkel.In seguito mi venne naturale fare degli esperimenti, dapprima iniziando lo sforzo espiratorio un po’ sotto la superficie rendendomi poi conto che nei tuffi mediamente profondi non necessitasse affatto. Spesso gli apneisti puri non usano il boccaglio per quei pochi tuffi estremi, hanno squadre o compagni d’immersione che vigilano su di loro. Non si trovano perciò nella necessità di inventarsele tutte per aumentare le possibilità di sopravvivere ad una banale sincope che per un pescasub solitario significa morte. Il guadagno teorico della prima fase della manovra quantificabile tra il 5 ed il 10% del tempo di apnea la rende di per sé stessa un formidabile antidoto alla perdita di coscienza. La seconda fase consente di anticipare l’inspirazione guadagnando un altro secondo circa nella fase critica. La somma è quantificabile tra i 6 ed i 10 sec. al massimo Ho dedicato questo trattato ai pescasub a cui raccomando prima di tutto la pesca in coppia, a basse profondità e usando poca zavorra. Per chi con responsabilità e coscienza si senta di affrontare discese più impegnative o in solitario spero questa manovra di mia invenzione che uso da decenni con gran successo, vi doni margini di sicurezza maggiori ed anche solo una piccola possibilità di sopravvivere in più in caso di sincope a galla, la più statisticamente frequente.</p>
<p> 
<p style="text-align: right;"><em>Gabriele Delbene</em></p>
<p><strong><font color=red>ATTENZIONE:</font></strong>la manovra descritta da Gabriele Delbene è destinata a pescasub e apneisti esperti con molti anni di esperienza. Noi del sito pescasubapnea.com Vi invitiamo ad essere molto prudenti, e di praticare questa disciplina in sicurezza.</p>
<p>La proprietà del materiale pubblicato nel sito <a href="http://www.pescasubapnea.com" target="_blank">www.pescasubapnea.com</a>, salvo diversa indicazione, è dei rispettivi autori. E&#8217; vietata la ripubblicazione, anche parziale, di tutto il materiale pubblicato nel sito <a href="http://www.pescasubapnea.com" target="_blank">www.pescasubapnea.com</a> senza preventiva autorizzazione scritta.&#8221;</p>
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		<title>Tecnica: La pesca in Tana</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 09:16:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tecniche di Pesca in apnea &#8211; La Tana (Marco Mancarella)

Considerando le “discussioni” che ogni tanto ci sono nel forum &#8220;Pesca Sub &#38; Apnea&#8220;, come promesso pubblico un mio “articolo” sulla Pesca in Tana.
Prima di partire voglio sottolineare che ciò che seguirà non vuole assolutamente essere una “guida definitiva” o qualcosa di simile, ma soltanto delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><a href="http://pescasubapnea.forumfree.it/?t=35748469" target="_blank">Tecniche di Pesca in apnea &#8211; La Tana (Marco Mancarella)</a></strong></p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1187" title="pescasubapnea : sarago autunnale" src="http://www.pescasubapnea.com/pescasub/wp-content/uploads/2009/11/bel-sarago-autunnale-300x225.jpg" alt="pescasubapnea : sarago autunnale" width="300" height="225" /></p>
<p>Considerando le “discussioni” che ogni tanto ci sono nel forum &#8220;<strong><a href="http://pescasubapnea.forumfree.it" target="_blank">Pesca Sub &amp; Apnea</a></strong>&#8220;, come promesso pubblico un mio “articolo” sulla Pesca in Tana.<br />
Prima di partire voglio sottolineare che ciò che seguirà non vuole assolutamente essere una “guida definitiva” o qualcosa di simile, ma soltanto delle mie personalissime riflessioni ed intuizioni che mi portano a pescare con buona costanza, ma che sono naturalmente sconfessabili, opinabili e discutibili. La trattazione della materia merita comunque una premessa, a tutto tondo, sul mio concetto di pescatore subacqueo che, per definirsi tale, oltre ad essere “armato” di una buona attrezzatura e di una ottima preparazione psicofisica deve essere accompagnato in mare da alcune virtù che, quasi sempre, fanno la differenza, e che a mio avviso sono: <span id="more-1185"></span><br />
<!-- pescasubapnea forum, racconto dentice, pescasubapnea forumfree, pesca in apnea, pesca sub apnea, il dentice, claudio basili --></p>
<p>• Spirito di osservazione<br />
• Costanza, pazienza e caparbietà<br />
• Capacità di improvvisare<br />
• Umiltà</p>
<p>Se si è in possesso di queste caratteristiche sono certo che l’interpretazione delle varie tecniche sia attuabile da qualsiasi sub con sufficiente successo, in quanto credo fortemente che uno si possa definire un “buon” pescatore subacqueo (o completo) se è capace di portare il pesce a casa con tutte le tecniche, dall’aspetto profondo (per le proprie quote operative) a quello in 20 cm nella schiuma, dall’agguato alla tana passando per la caduta.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1198 aligncenter" title="pescasubapnea : spigola in tana" src="http://www.pescasubapnea.com/pescasub/wp-content/uploads/2009/11/spigolona-in-tana.jpg" alt="pescasubapnea : spigola in tana" width="360" height="480" /></p>
<p>Chi invece pesca tutto l’anno in un solo modo è sicuramente un ottimo specialista ma si “sottopone” ad una serie di “cappotti sicuri” in quei periodi in cui quella data tecnica, per condizioni stagionali, meteoclimatiche, morfologiche ed ambientali non può assolutamente metterci nelle condizioni di vedere e/o sparare alcun pesce degno di tale nome (gli avannotti lasciamoli in pace). Intendiamoci, non che questo sia sbagliato o deprecabile, ma a mio avviso non è assimilabile all’immagine del pescatore subacqueo completo, eclettico; basta infatti vedere il curriculum di qualsiasi campione del nostro sport, da Mazzarri a Bellani (ma nel mezzo ci sono fior di campioni e pescatori professionisti che sono altrettanto noti), per capire come loro sappiano far pesce con qualsiasi tecnica che utilizzano proprio nel momento in cui serve, ovvero quando la loro esperienza li porta a capire che quel giorno serve pescare con quella tecnica, e nessuna altra.<br />
Premesso che io non mi sento assolutamente un pescatore completo, in quanto ho tantissimo da imparare, chi mi conosce bene sa però che ho un particolare modo di interpretare il mare, molto forte, passionale (forse troppo) al punto tale da spingermi ad andarci mediamente 130 volte all’anno con risultati, dal mio modo di vedere le cose, soddisfacenti; è chiaro che il mio percorso è stato lastricato di tanti cappotti, spesso educativi, ma guardando da dove sono partito mi sento in grado di dire che due fattori hanno sicuramente fatto da discriminante:</p>
<ul>
<li>la costanza (e per questo devo ringraziare madre natura che me ne ha regalata abbastanza)</li>
<li>il travaso di esperienza (conscio o non) da parte di alcuni pescasub</li>
</ul>
<p>Ecco perchè credo nella forza della condivisione, e quindi nella forza dei forum; finita questa lunga premessa passiamo alla pesca in tana.</p>
<p>Trovandomi a parlare con chi prevalentemente pesca all’aspetto e che magari vuole approcciare alla tana, o magari durante una battuta di pesca condivisa con qualche amico che ha assistito ad una mia cattura mi sono spesso sentito chiedere &lt;&gt;&#8230;.e magari era una padella di oltre un chilo!<br />
Premesso che questo tipo di domande stanno alla pesca in tana come &lt;&gt; sta alla pesca all’aspetto, l’essenza della pesca in tana è proprio quella, l’individuazione del “buco” giusto.<br />
I pionieri della pesca in apnea, oltre ad aver avuto la fortuna di aver frequentato un mare decisamente più ricco, pulito e tranquillo, effettuavano le battute ispezionando tutti i pertugi, buchi, spacchi che i vari tipi di fondale creano; tale approccio era dettato principalmente dal fatto che le tane erano delle vere e proprie “riserve” di caccia, in cui il pesce sostava tranquillamente più o meno per tutto l’anno. Nel tempo, le tecniche di pesca sono variate e si è arrivati all’agguato, passando attraverso la pesca all’aspetto, la pesca in caduta e nel blu.<br />
Rispetto ai primordi però il pesce non abita più le tane, o se le frequenta lo fa in maniera del tutto differente, per cui anche la pesca in tana si è evoluta, prendendo anche qualche spunto dalle tecniche cugine.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1194 aligncenter" title="pescasubapnea : orate tana" src="http://www.pescasubapnea.com/pescasub/wp-content/uploads/2009/11/oratata.jpg" alt="pescasubapnea : orate tana" width="360" height="480" /></p>
<p>La mutazione, e la nascita di nuove tecniche, è stata dettata fondamentalmente da una serie di fattori che qui provo ad elencare:</p>
<ul>
<li>aumento della pressione della pesca; qui ovviamente si intende sia quella effettuata in maniera    professionale che quella sportivo-dilettantistica (non parlo dei bracconieri in quanto non li considero pescatori, anche se fanno un danno enorme);</li>
<li>miglioramento delle attrezzature;</li>
<li>impossibilità di arpionare prede che non frequentano le tane, dentice in primis;</li>
<li>miglioramento delle tecniche di apnea, che inevitabilmente sono state applicate alla pesca subacquea.</li>
</ul>
<p>Come già detto, l’insieme di questi fattori hanno spinto i pesci a cambiare decisamente le proprie abitudini in tana, e sempre più raramente si assistono agli spettacoli che i nostri genitori vedevano solo 20 anni fa, ovvero di tane popolate da diversi pesci di mole; intendiamoci, non è che non esistono più queste tane (dette tane maestre) ma la loro individuazione è frutto di un insieme di fattori, fortuna innanzitutto, ed il loro “sfruttamento” deve essere fatto in maniera veramente certosina. Queste tane quasi sempre stanno o su batimetriche che richiedono un impegno psicofisico notevole, quindi solo per gente veramente esperta, o nelle praterie di posidonia, dove la loro individuazione è quasi analoga a fare il 6 al superenalotto Spesso invece si trovano tane in cui mediamente ci sosta il pesce di dimensioni discrete e che ogni 6/7 ispezioni ci regalano la sorpresa.<br />
Come fare quindi? Per la individuazione uso fondamentalmente tre sistemi:</p>
<ul>
<li>individuazione dall’alto</li>
<li>lettura segnali/planate</li>
<li>misto di aspetto ed agguato</li>
</ul>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>Individuazione dall’alto</strong></span></p>
<p>È teoricamente il più semplice; capita a volte di camminare e di vedere un bel pesce scivolare sotto una lastra o di affondare sotto un taglietto; in quei casi bisogna scendere immediatamente in quanto può essere una tana di semplice appoggio ed il pesce si disporrà 9 volte su dieci col muso a corrente per cui sentirà sicuramente la nostra discesa e sarà molto nervoso, il che richiederà un colpo d’occhio notevole, velocità e tiro istintivo (la fiocina in questi casi è il top). Se invece è la sua tana le cose cambiano un po’, in quanto ci si troverà al cospetto di più pesci, il che esige un maggior raziocinio. Mi rendo conto, dalle tante osservazioni, che spesso al concetto di pesca in tana si associ strage di pesci, quasi come se ogni tana trovata ospiti decine di pesci e che ogni volta si è in grado di estrarli tutti. Partendo dal fatto che tane piene sono ormai rarissime, non escludo che qualche imbecille continui ancora ad avere atteggiamenti del genere, che sono del tutto criticabili e deprecabili (che comunque sono più tipici dei bracconieri bombolari che non degli apneisti) di fronte ad una tana stracolma il mio atteggiamento è di prelevare il giusto, ovvero almeno 2/3 pesci di mole e poi lasciare intendere al resto dei pesci che il riparo è sicuro, inattaccabile. Ciò si ottiene sparando i pesci più periferici e cercando di non sparare quelli che invece si sono nascosti nei meandri più scuri e profondi. Ovvio che la tana la memorizzo sul gps.<br />
In proposito racconto un aneddoto di come non bisogna assolutamente comportarsi; un mio caro amico, nonchè pescatore eccezionale, anni fa (almeno 15), e quindi molto meno maturo di oggi, razzolando su un fondale misto grotto basso e posidonia (profondità non più di 13 m) trovò uno spacco magico dal quale tirò fuori 22 saraghi tutti compresi fra 700 e 1500 gr!!!!! Da quella volta la tana non si è più riempita, ci passa ogni tanto ma la trova sempre vuota, ed ovviamente ogni volta si da dell&#8217;imbecille per quella azione stupida legata all&#8217;inesperienza; sarebbe bastato lasciarne la metà (che già costituiva una pescata oltre i limiti e comunque eccezionale) per dare al resto dei pesci la sensazione che la tana era sicura in quanto scampati all&#8217;attacco. Tra l&#8217;altro ho la certezza che durante la nostra azione di caccia i pesci emettono alcune secrezioni, evidentemente legate alla paura, che sicuramente tendono ad &#8220;inquinare&#8221; la zona o la tana in questione, e queste secrezioni sono sicuramente avvertite dai pesci che transitano successivamente. Il travaso genetico di esperienza negative non avviene solo grazie ad esperienze vissute, ma anche attraverso a tracce lasciate da altri sul &#8220;cammino della vita&#8221;. Anche la presenza di aste nelle tane è assolutamente da evitare, sia perchè lentamente si ossidano, lasciando quindi della ruggine nella sospensione, ma anche perchè i pesci riconoscono in essa una minaccia ed un agente esterno; infatti io le mie cerco sempre di recuperarle, anche a costo di perdere tutta la pescata e se vedo aste non mie cmq le libero&#8230;e le riciclo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1212 aligncenter" title="pescasubapnea : bella orata" src="http://www.pescasubapnea.com/pescasub/wp-content/uploads/2009/11/bella-orata.jpg" alt="pescasubapnea : bella orata" width="480" height="360" /></p>
<p>Tornando ad aspetti più tecnici, a volte può succedere che in quelle giornate di maggio, magari di mare forza olio, con acqua cristallina e calda, sotto alle nostre pinne ci nuoti un saraghetto, magari di appena 3 etti. Di solito il suo atteggiamento è di quello indeciso sul da farsi, che quasi sempre è dovuto al fatto che sente la nostra “pressione” e dubita se fuggire verso il mare aperto o se entrare nella sua tana. Seguirlo lentamente, a debita distanza, senza fretta, e quindi con tantissima pazienza, potrà portarci alla tana maestra della zona, che magari troveremo abitata dalla sua famiglia, a partire dai nonni!!!!! Ultimamente mi è successo e devo dire che una visibilità praticamente perfetta mi ha consentito una cattura molto “pesante”, nonché il fatto di segnarmi sul GPS una tana che sicuramente mi regalerà soddisfazioni;<br />
questa regola, cioè di memorizzare la tana o di prenderne le mire, non la dirò più, ma è fondamentale ed è sottointeso che bisognerebbe farlo sempre, in quanto ci consentirà di crearci un database di tane “sicure” per una pesca a segnale.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>Lettura segnali/planate</strong></span></p>
<p>Di più difficile interpretazione è invece la ricerca basata sulla lettura di alcuni piccoli segnali che il fondale ci regala, segnali che grazie alla effettuazione di lente planate riusciremo a carpire. Fondamentale è la zavorra che ci deve consentire, con un’azione agevole ed acquatica, di “sfiorare” il fondale, senza il rischio di sprofondare velocemente o senza la necessità di continue, e stancanti, correzioni della postura mediante l’uso delle pinne.<br />
Il primo segnale da cercare è la presenza di piccoli sparidi e/o labridi sull’imboccatura dell’eventuale tana. Essi, oltre ad evidenziare la vitalità della zona, fungono spesso da sentinelle per i pesci di dimensioni più interessanti. In proposito ricordo che l’anno scorso stavo planando su un fondale, non più di 10 m, caratterizzato da una dorsale che dolcemente frana sulla sabbia/posidonia. Al confine della franata vedevo dei ciuffetti di grotto e sull’imboccatura di uno di questi sostavano decine di microsaraghi appallati; la cosa mi ha immediatamente insospettito e sono sceso ad ispezionare la potenziale tana dove nell’oscurità vedevo un occhio davvero grosso che tentava di passare inosservato. Era un sarago di 1,6 kg che è venuto a casa con me; successivamente in quella tana, che visito non più di 3-4 volte all’anno, ho sempre pescato il jolly. Un altro comportamento che reputo etico e conservativo è quello di fare ruotare i segnali, siano essi tane, cappelli, cigli. Questo condotta sicuramente garantirà una modesta pressione sul waypoint; ovvio che non mi illudo del fatto che altri non conoscano quel determinato spicchio di mare, ma da parte mia non posso neanche ragionare …..ci vanno gli altri quindi ci vado sempre anche io!!! Le cattive abitudini altrui in mare non devono essere per noi il viatico per metabolizzarle e magari attuarle.<br />
Un altro segnale molto importante è la presenza, sull’imboccatura, di ricci e/o frutti di mare frantumati che testimoniano come la tana sia scelta dai pesci per banchettare, e come quindi abbia caratteristiche tali da consentire anche la loro sosta. La presenza di alghe morte invece tende ad allontanare il pesce, anche se questa regola, come tutte le altre, può essere tranquillamente sconfessata dal pescione che al loro interno si è momentaneamente mimetizzato.<br />
Un altro segnale che spesso durante le planate si carpisce è la classica sfumacchiata di sabbia che spesso è stata provocata dalla fuga repentina di un pesce che stava all’entrata della sua tana.<br />
In genere, se durante le planate ci si trova di fronte ad una delle situazioni suddette, conviene pedagnare la boa segnasub in prossimità dell’eventuale tana ed agire sempre con prudenza e colpo d’occhio; spesso effettuare un aspetto a qualche metro del buco invoglia gli eventuali “abitanti” ad uscire per identificare la fonte della vibrazione e/o rumore. Il classico di queste situazioni è il volo di corvine; in proposito è utile evidenziare che spesso le tane abitate da corvine non di mole sono condivise da saraghi spesso di dimensioni molto interessanti. A proposito di specie che coesistono, quando si trova in una tana un sarago Pizzuto di mole significa che quella è una tana DOC; ritengo che sia dovuto al fatto che tale specie quasi mai tende ad intanarsi, per cui se lo ha fatto significa che l’anfratto ha le caratteristiche per essere una tana maestra (o tana madre).</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1218 aligncenter" title="pescasubapnea : sarago di gennaio" src="http://www.pescasubapnea.com/pescasub/wp-content/uploads/2009/11/saragone-di-gennaio.jpg" alt="pescasubapnea : sarago di gennaio" width="360" height="480" /></p>
<p>Se dopo l’aspetto non dovesse uscire alcun pesce, conviene effettuare una ispezione; in proposito approfondisco il capitolo sull’approccio alla tana.<br />
Quando non la conosco, preferisco sempre ispezionarla a testa in giù. Questa modalità mi consente di nascondere la maggior parte del mio corpo alla visione degli eventuali pesci, e, se applicata bene, può consentire la cattura di più pesci in successive azioni. Naturalmente, qualsiasi sia il tipo di approccio che si sceglie, la silenziosità del gesto è d’obbligo. Solo dopo che si è familiarizzati con la tana si può optare per approcci più diretti, magari effettuando un percorso a “U”.<br />
A volte capita che in alcune tane si riesca ad entrarci parecchio; a volte io ci entro con tutte le pinne, ma è una cosa che faccio solo dopo che ho più volte studiato l&#8217;accesso della tana ed ho la certezza che ne esco senza alcun problema, altrimenti mi affaccio sino a metà se posso, o appena col viso. Non si fa mai se si è da soli; infatti io prima di entrarci chiamo sempre il mio compagno di pesca.<br />
Bisogna sottolineare, anche se può risultare ovvio, che non basta una semplice ispezione della tana per bollarla come vuota; infatti pesci come saraghi, corvine e cernie, grazie al loro mimetismo, riescono ad eludere il sub che effettua un controllo sommario dello spacco. Conviene quindi eseguire più controlli, avendo cura di cambiare ogni volta il buco, se la tana ne ha più di uno; questo perché il differente modo in cui la luce entra e riverbera, può più o meno evidenziare prede nascoste al loro interno e magari evidenziare angoli/anfratti che diversamente non avremmo neanche visionato.<br />
Discorso a parte è l’uso della lampada. Personalmente cerco di usarla quanto meno possibile; l’esperienza mi ha insegnato che innervosisce moltissimo le prede all’interno delle tane, mentre attendere qualche secondo, finché l’occhio non si abitui alla penombra, può dare dei vantaggi notevoli. È chiaro che di fronte ad una tana molto buia il suo uso è necessario, ma sempre con parsimonia e cercando di illuminare la volta dell’anfratto, sfruttando il riverbero stesso come fonte di luce.<br />
Anche l’uso del fucile fa storia a se; successivamente farò un breve accenno sulla scelta del tipo di arma, anche se credo che la componente “persona” conti molto, ma è interessante soffermarsi sul modo in cui bisogna destreggiarsi durante l’azione. Personalmente, adottando quasi sempre l’approccio a testa in giù, mentre scendo porto il fucile verso il copro e quando mi affaccio alla tana faccio in modo tale che testa e punta entrino nello stesso momento; questa pratica non ci farà trovare impreparati con pesci che al primo accenno tendono a fuggire, saraghi in primis, ma ha bisogno di un po’ di esercizio, in quanto la postura che si assume porta ad avere il gomito indietro e quasi sempre si spara col pollice.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>Misto di aspetto ed agguato </strong></span></p>
<p>Questo sistema è sicuramente quello più divertente e tecnicamente difficile. Io lo attuo principalmente in due situazioni; come abitudine di molti sub quando si arriva su una zona nuova, effettuo uno o più aspetti, magari seguiti dallo scorrere un po’ di fondale all’agguato, per capire il movimento di quella zona.<br />
Se vedo prede che dopo un lungo aspetto non ti degnano di attenzione (orate prima di tutto) non mi sottopongo ad altri lunghi, estenuanti, pericolosi ed inutili aspetti, ma partendo dalla loro direzione di arrivo effettuo degli agguati propensi ad accorciare la mia distanza di partenza con la loro, portandomi quasi sempre ad individuare la tana in cui si sono appoggiati. Le sorprese con questa tecnica sono sempre dietro l’angolo, in quanto spesso ci portano su fazzoletti di mare che per particolari condizioni meteo/marine stanno raccogliendo branchi interi di pesce. Questo aprile così facendo ho trovato una zonetta in cui ho visto almeno una trentina di orate, di cui molte sui 500 gr, ma una decina dal kg in su, pesci che ho gentilmente invitato a seguirmi a casa……</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1221 aligncenter" title="pescasubapnea : saraghi e orate" src="http://www.pescasubapnea.com/pescasub/wp-content/uploads/2009/11/scesa-di-aprile.jpg" alt="pescasubapnea : saraghi e orate" width="411" height="480" /></p>
<p>Questa tecnica a mio avviso paga molto in zone apparentemente “morte” od in quei periodi in cui la forte pressione della pesca ha spinto i pesci ad intanarsi, assumendo spesso un atteggiamento guardingo.</p>
<p>Parlando di aspetti puramente coreografici/morfologici, ho notato, in genere, che le pietre molto “scenografiche” quasi mai fanno tana, a meno che non si tratti di ampie caverne utilizzate dai cefali, e talvolta dalle spigole, come momentaneo rifugio, ma tale fenomeno è legato molto alla stagionalità (ottobre principalmente).<br />
Invece, pietre del tutto “insignificanti”, spacchi impossibili da perlustrare, ampi tavolati di granito impenetrabile fanno tane in cui il pesce ci sguazza e che prende a dimora fissa, anche per i 12 mesi dell’anno. Spesso se ci sono più lastroni vicini, quasi sempre quelli centrali fanno tana, in quanto, ovviamente, sono i più lontane alle insidie che gli si può portare dalle lastre periferiche.<br />
Una trattazione a parte lo merita il grotto (o coralligeno). Non voglio inoltrarmi in disquisizioni puramente geo-morfologiche su questa meravigliosa tipologia di fondale, mentre mi soffermerò sulla sua “interpretazione”.<br />
Innanzitutto il colore; quello marrone scuro risulta meno pescoso rispetto a quello che tende al verdone. Probabilmente il differente cromatismo indica il livello di vita del coralligeno e quindi la quantità di cibo prelevabile dai vari pesci che in esso sostano.<br />
Un altro aspetto importante è legato alla sua distribuzione; quando ci si trova su una distesa di grotto, spesso sono i cigli e/o panettoni isolati, sprofondanti nella sabbia, che risultano pieni di vita. Anche i catini spesso tendono a radunare grosse quantità di pesci, anche di specie diverse.<br />
Specialmente per il grotto le planate sono fondamentali, in quanto i pesci, nei suoi meandri e cunicoli, tendono spesso a muoversi, per cui la perlustrazione può coincidere con l’azione di caccia stessa. Non è improbabile trovare i pesci accostati ai funghi che tale concrezione crea, sicuri del loro mimetismo, ma traditi dai movimenti impercettibile delle pinne laterali, per cui il livello di attenzione deve risultare molto elevato per carpire anche la minima variazione cromatica che può nascondere il musone di un brontosarago che ci sta osservando dal suo riparo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1223 aligncenter" title="pescasubapnea : saraghi invernali" src="http://www.pescasubapnea.com/pescasub/wp-content/uploads/2009/11/saragoni-invernali.jpg" alt="pescasubapnea : saraghi invernali" width="480" height="360" /></p>
<p>Molta attenzione bisogna prestare anche ai camini che si creano sui panettoni di grotto; queste aperture verticali risultano dei veri e propri passepartout per violare tane che altrimenti sarebbero inattaccabili.<br />
Una delle controindicazioni del grotto è la facilità che ha nell’intorbidirsi; risulta quindi necessaria la massima grazia ed acquaticità nei movimenti e la cura nello sparare su bersagli sicuri, in quanto un tiro su una preda non certa (oltre alla possibilità di non estrarla dal buco e di ucciderla inutilmente) rischia di sporcare il resto della tana e di compromettere la possibilità di sparare su altre prede presenti.<br />
Un espediente pratico che migliora sicuramente la pesca nel grotto, ma più in genere la pesca in tana, consiste nel montare sull’asta del fucile la fiocina,che ha l’indubbio vantaggio di bloccare la preda, evitando quindi che il pesce, nel suo tentativo di liberarsi, intorbidisca la tana e spaventi gli altri pesci presenti. Concludendo l’argomento grotto, e rimanendo sempre negli ambiti puramente “balistici”, risulta invece un vantaggio la sua fragilità che ci consentirà, a fronte di un tiro effettuato da vicino, di estrarre quasi sempre l’arpione che in esso dovesse andare a conficcarsi profondamente.<br />
Anche la stagione ed il termoclino contribuisce molto alla selezione delle tane; statisticamente ho notato che alcune funzionano di più in inverno, e ciò lo associo ad una loro particolare esposizione alle correnti ed a fattori che noi non riusciamo a percepire, ma che loro invece sentono e sfruttano. Specialmente in inverno, anche ½ grado in più fa la differenza. Durante tutto l’anno uno dei fattori che sicuramente spinge i pesci ad intanarsi è la presenza di un forte vento da terra; la sua azione genera dei moti convettivi che tendono a richiamare acqua fredda dalle profondità. Vi posso garantire che in queste condizioni ci sono tane che in soli 2 m di profondità possono ospitare dei veri mostri, quasi mai solitari.<br />
Vorrei ora fare un breve accenno sui fucili; premesso che nelle misure medio-corte prediligo gli arbaletè (ma è una scelta esclusivamente legata al proprio “gusto”), se dovessi scegliere di portarmi un solo fucile opterei per un 75; se invece ho la possibilità di portarmi più fucili, gommone e/o situazioni simili, sicuramente aggiungo un 56 con asta filettata (o due arbaletè 56 rispettivamente con fiocina ed arpione, per i più pigri). Un consiglio prettamente tecnico è quello di tarare la sagola in maniera da fare un solo giro attorno allo sganciasagola, in quanto un filo molto lungo consentirebbe al pesce sparato male di portarsi dietro l’asta e di infilarsi in qualche spacco remoto che ci renderebbe impossibile il recupero di entrambi.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1226 aligncenter" title="pescasubapnea : orate in tana" src="http://www.pescasubapnea.com/pescasub/wp-content/uploads/2009/11/orate-in-tana.jpg" alt="pescasubapnea : orate in tana" width="480" height="360" /></p>
<p>L’insieme delle cose che ho detto sino ad ora sono quel “bagaglio tecnico” che unite all’esperienza oggi mi portano ad individuare quasi sempre, od a notare, lo spacco giusto fra tanti, senza aver per forza avvistato pesci, ed in analogia all’esempio con cui ho aperto, come quando pescando all’aspetto ci si rende subito conto “a naso” che il ciglietto che anima un ampio posidonieto sicuramente sarà “pellegrinaggio” dei dentici. Questa mia certezza è stata rafforzata anche dalle pescate fatte in “trasferta” su fondali a me del tutto nuovi che spesso sono riuscito a violare; in proposito l’osservazione della costa esterna ci potrà dare una mano.<br />
In genere ho notato che le coste che cominciano piatte, senza alcuna variazione cromatica e/o morfologica sono interessanti nel momento in cui franano; certo, trovare l’unica tana in una zona magari lunga 6/700 m significa trovare una riserva.<br />
In queste situazioni ovviamente non cerco la lastra, anche perché è quasi impossibile, ma gli spacchetti anche più insignificanti. È una ricerca spesso pallosa ed estenuante, e quindi mi affido molto …alla fortuna, ed all’aspetto. Se in una zona piatta vedo arrivarmi da destra, ad esempio, un branco di saraghi è naturale che in quella direzione devo cercare la tana (a meno che non si facciano uccellare all’aspetto) attuando proprio le tecniche descritte in precedenza.<br />
Proprio quest’anno, a giugno, stavo planando su un fondale veramente brutto, piatto, insignificante; ad un certo punto vedo un bel fasciato di almeno 600 gr…..e questo che ci fa???<br />
Lo seguo lentamente e noto che il fondale sta lentamente cambiando colore, tende al grigio chiaro, si spacca un po’……..finalmente entra. Scendo subito, mi affaccio e sparo…cavolo….sono almeno 6/7 pesci grossi. I saraghi maggiori spariscono non so dove, mentre un’orata pensa di essersi nascosta. Al tuffo successivo la sparo. Ok, due pesci a cavetto nel deserto va bene; ma è vero deserto??? Mi guardo attorno e subito intravedo un taglio invisibile; mi affaccio……due orate….risalgo, cambio fucile e la coppiola è assicurata dal fido 75. Segno la zona sul gps, ovviamente. Ancora non ci sono tornato, perché ritengo che in inverno sarà zeppa di padelloni, e quindi la lascio riposare.<br />
A volte questi tavolati sono spezzati da strisciate di grotto (tipico ad esempio del litorale jonico e del litorale sud di Brindisi), strisciate che dobbiamo minuziosamente ispezionare.<br />
Quando invece entrando passiamo su una iniziale bancata di sabbia, è chiaro che le oasi di scogli sono quello che dobbiamo cercare e/o frequentare, con le regole descritte precedentemente.<br />
Potei aggiungere altri piccolo particolari, ma mi aspetto domande e curiosità, anche se sono certo che non basta una semplice lettura per imparare quella che è un’arte e che solo la sua pratica, i tanti cappotti e la perseveranza ci consentirà di metabolizzare.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1187 aligncenter" title="pescasubapnea : sarago autunnale" src="http://www.pescasubapnea.com/pescasub/wp-content/uploads/2009/11/bel-sarago-autunnale.jpg" alt="pescasubapnea : sarago autunnale" width="480" height="360" /></p>
<p><!-- pescasubapnea, claudio basili, pesca in tana, pescasub, pesca in apnea, pesca sub apnea, pesca al sarago, pescare l'orata, pesca inverno sarago, tecnica di pesca, pesca in apnea orata e sarago, pescare apnea--><br />
 </p>
<p>Tutti i diritti sono riservati, per la pubblicazione va richiesta autorizzazione</p>
<p style="text-align: right;"><em> </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Marco Mancarella</em></p>
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