Pesca in apnea: Intervista a Fabrizio D’Agnano (2)

pescasub apnea:fabrizio d'agnano totem subA grande richiesta il forum Pesca Sub & Apnea ha fatto una seconda intervista a Fabrizio D’Agnano. Ringrazio il nostro amico Fabrizio per la collaborazione.

Passiamo subito alle domande:

D: Di fronte ad un branco di saraghi che stazionano a non più di 2 m dal fondo, su un fondale massimo di 15 mt. che presenta delle tane, quale tecnica ed accorgimenti adoperi per catturarne 5-6 esemplari?


R: Nessuna. Nel senso che, ormai da molti anni, non catturo mai più di uno o due esemplari da uno stesso branco, e che salve rare circostanze lascio più indisturbate possibile le cosiddette “tane madri”, ovvero quelle abitate in modo non occasionale dai pesci. Come dice un mio amico, i pesci vanno pescati, non perseguitati. In una circostanza come quella da te descritta, proverei prima un paio di aspetti dopo una breve traslazione orizzontale sul fondo per cercare di far scendere i pesci, poi qualche scivolamento sul fondo con pause di osservazione per cercare di sorprendere un esemplare all’imboccatura.

 

D: A largo e in profondità, su che tipo di fondale e con quali condizioni meteo-marine riesci a trovare le spigole?

R:  Mi è capitato diverse volte di incrociarle su fondali di posidonia, o anche su zone con spacchi su cigli di grotto, prevalentemente con mare calmo. Si tratta però di incontri abbastanza occasionali, almeno nelle zone che frequento abitualmente, mentre è molto più facile incrociarle in schiuma, in acqua bassissima.

 

D: Inoltre, ipotizzo che a largo le spigole vivano, se non sono a caccia, in grandi tane con una seconda apertura, tipo tunnel, oppure nei relitti: tu cosa ne pensi e sai?

R:  Ci sono mille teorie su questo argomento. Purtroppo, nessuna suffragata da dati certi. C’è chi sostiene che migrino stagionalmente, attraversando grandi tratti sabbiosi seppellendosi spesso sotto la sabbia, chi dice che riempiano grandi grotte o relitti a profondità notevoli, e via così. E’ molto probabile che facciano più o meno tutte queste cose. Secondo me, i grandi esemplari sono sempre più stanziali all’interno di aree sicure, come i porti o le foci fluviali.

 

D: Preferisci pescare col mare montante o in scaduta? E perché? Secondo te, c’è più movimento di pesce in rimonta o in scaduta

R:  In scaduta. Soprattutto per motivi di sicurezza, ed anche perché secondo me c’è più pesce. Con il mare che monta, soprattutto se si esce da terra, il rientro può essere difficoltoso, e l’andamento delle cose piuttosto imprevedibile.

 

D: Siccome peschi molto col mare mosso, come assicuri la barca? Hai un barcaiolo, usi un doppio ancoraggio o altro?

R:  Purtroppo non ho mai il barcaiolo, dato che usciamo in due, ma siamo entrambi in acqua. Curo l’ancoraggio a seconda delle circostanze. Prima di tutto, uso ancore Bruce o Hall, bene allestite con un lungo tratto di catena. Controllo molto frequentemente i collegamenti, e soprattutto la perfetta integrità della cima. Una volta ancorato, lascio fuori molta cima, e verifico appena entrato in acqua che l’ancora sia ben posizionata e che la cima non sfreghi contro massi o altro, e che il gommone sia libero di ruotare per 360° nel caso di salto di vento. In casi particolarmente difficili, per maggiore sicurezza, metto giù una seconda ancora, ma onestamente se le condizioni non sono tali da garantire la sicurezza, meglio tornare a terra. Comunque sia, in ogni caso non mi allontano molto, e do spesso uno sguardo alla situazione.

 

D: Con quale frequenza mensile e per quante ore al giorno in media peschi nei tre periodi dell’anno: inverno, primavera-autunno ed estate?

R: Durante le trasferte o in generale durante il periodo tardo primaverile o estivo, faccio circa quattro o cinque giorni consecutivi in acqua, ed uno di riposo. Sempre mare permettendo. Comunque non vado in mare di sabato o domenica quando non sono in trasferta. La pescata tipo è molto lunga, in pratica quasi tutta la giornata. Sei ore o più in acqua, spostamenti e pause escluse, da Maggio a Novembre. Non amo le albe, ed anche i tramonti mi risultano impegnativi, dovendo poi rientrare, sistemare le attrezzature, scaricare le immagini sul computer, riguardarle, rimettere in carica le batterie, pulire i pesci, cucinare, etc.  D’inverno dirado abbastanza le uscite, limitandole praticamente alle trasferte, mediamente 10 giorni al mese. Dalle nostre parti infatti il periodo invernale non offre molto. Il periodo che mi piace meno è quello da Febbraio ad almeno la metà di Aprile, probabilmente se non avessi documentari da consegnare me ne starei all’asciutto a fare asciugare un po’ le ossa.

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Fabrizio nel suo studio di montaggio

D:  Come fai a non calare di peso visto che sei un professionista ed il mare “brucia” molte calorie?

R:  Probabilmente il metabolismo ha subito degli adattamenti negli anni. Da ragazzo dimagrivo moltissimo pur essendo già praticamente pelle, muscoli ed ossa. Dai miei 65 chili a fine estate arrivavo anche a 58. Ora, anche andando a mare più spesso, e con maggiore intensità, conservo più o meno il peso forma. Perdo due o tre chili in ogni trasferta, ma li recupero rapidamente appena mi fermo una settimana. Anzi, un paio di anni fa ero anche riuscito ad ingrassare un po’, ma ora sono tornato in riga.

 

D: Puoi narrarci dei tuoi due incidenti di pesca, così da trarne esperienza indiretta?

R: Il più brutto risale a parecchi anni fa. Pescavo abitualmente molto fondo, dai 25 metri in giù. Mi trovavo all’Isola di S. Stefano, davanti a Ventotene, oggi AMP, intento a cercare qualche cernia fuori tana con delle planate e delle cadute fuori dalla parete ripidissima. Ad un certo punto ho visto una bella tanuta in mezzo ad un branco di fasciati e pizzuti praticamente nel blu, a diversi metri dalla parete. Ho tentato quindi una caduta, dirigendomi lentamente verso il pesce, che però continuava a scendere tenendosi fuori tiro. Quando finalmente sono riuscito ad arrivare a tiro, mi sono accorto che la sagola faceva un giro dietro al mulinello. Ho perso quindi qualche secondo a sistemarla, e nel frattempo, vuoi per il movimento, vuoi per altri motivi, il pesce ha riguadagnato distanza. Ad un certo punto ho pensato “finalmente si ferma, è arrivata al fango…..” ed ho tirato il grilletto, colpendo il pesce dalla coda alla testa. Istantaneamente ho realizzato che mi trovavo ben più fondo dei 25 metri che avevo immaginato, ingannato dal blu e dalla dinamica dell’azione. Capendo immediatamente che non avrei mai potuto raggiungere la superficie, ho sganciato i piombi, ed ho iniziato a risalire. A -20 metri circa le gambe sono diventate pesanti, vedevo grigio, ed ho fatto in tempo a togliere la maschera dalla faccia un attimo prima di perdere conoscenza. So solo che mi sono svegliato con la faccia verso l’alto, ad un centinaio di metri dall’isola, senza cognizione di chi fossi e dove mi trovassi. Ricordo anche che vedevo solo la parte alta del campo visivo. La superficie del mare è apparsa solo dopo qualche tempo, quando gradatamente ho recuperato conoscenza. La fortuna ha voluto che mi trovassi con le vie aeree libere e la faccia in aria dopo la sincope. La cintura è stata recuperata da un mio amico che lavorava con il diving a circa 40 metri. Praticamente un miracolo. Un altro incidente che ritengo possa essere un esempio importante invece occorse ad un mio compagno di pesca, tanti anni fa, a Linosa. Aveva trovato una tana di saraghi enormi (ne catturammo alla fine cinque per complessivi 10kg, uno pesava 800gr), molto fonda, direi abbastanza al limite. Alternavamo i tuffi, controllandoci attentamente. Alla fine di un suo tuffo, l’ho visto tornare a galla e svuotare il boccaglio. Ho iniziato quindi a prepararmi a mia volta. Prima di eseguire la capovolta mi sono girato, e l’ho visto distante diversi metri (c’era corrente molto forte), inerte, circa un metro sotto la superficie. Mi sono precipitato lì, gli ho tirato la testa fuori dall’acqua, gli ho tolto la maschera dal viso, e gli ho dato qualche schiaffo. L’incidente non ha avuto conseguenze, per fortuna, dato che si è ripreso quasi immediatamente, ma la cosa curiosa è che il mio amico non si era reso conto di nulla, tanto da chiedermi perché lo stessi schiaffeggiando.

 

D:  Premetto che ritengo più sicuro pescare in coppia che da soli. Che tu sappia, esiste un sistema per posizionare la poca zavorra usata in profondità, in modo tale da sfruttare la spinta di galleggiamento della muta per auto-ribaltare il pescasub a viso in su in caso di sincope ?

R:  In teoria, basterebbe metterla fuori asse, ma credo che la cosa non abbia molto senso. La cintura va sganciata sempre al primo dubbio, e soprattutto, non si deve mai arrivare così vicino ai propri limiti da affidare la propria vita ad una somma di circostanze fortuite, oltretutto poco probabili. Riguardo la sicurezza in generale, la cintura sbilanciata serve poco più del corno portafortuna o della bandana al posto del casco andando in moto, è assurdo pensare di poterci contare. Bisogna fare di tutto per prevenire ed evitare i rischi, ed il modo migliore è senz’altro la pesca in coppia, evitando sempre di tirare avvicinandosi ai propri limiti del momento, e cercando di prevenire tutte le possibili circostanze contrarie usando il cervello.

 

D: Personalmente, così come tanti altri pescasub del forum, perfeziono le mie attrezzature o ne creo delle nuove. Da produttore, quale tu sei, cosa mi/ci consigli di fare per, eventualmente, commercializzarli? Contattare le aziende e proporre le idee? E in che modo, visto la diffidenza e le particolari politiche di produzione delle aziende e l’elevato costo dei brevetti?

R: Questo è un discorso particolarmente difficile. Purtroppo il nostro settore è caratterizzato da numeri piuttosto bassi, in un’ottica industriale, e non può nemmeno essere considerato troppo ricco. Ci sono alcuni articoli che potrebbero essere anche interessanti, ma che prodotti in scala industriale avrebbero costi di impianto non recuperabili, mentre realizzati artigianalmente avrebbero costi sul pezzo troppo elevati e spesso numeri tali da non renderli interessanti commercialmente. Prima di contattare un’azienda sarebbe molto meglio avere il prodotto coperto da un brevetto, ma come sai questo costa, ed oltretutto, in alcuni casi, potrebbe non garantire totalmente. Dipende anche dal prodotto ideato. Pensare ad esempio di vendere ad un’azienda a qualche decina di migliaia di euro un brevetto su uno spillone porta pesci, anche se ingegnoso ed innovativo, è probabilmente assurdo, mentre un rivoluzionario progetto di fucile o una nuova formula per un elastico potrebbe avere un diverso riscontro.

 

D:  Produrre direttamente richiede un grandissimo impegno e trafile burocratiche, ci si può affiancare a piccole realtà artigiane?

R:  Anche in questo caso mi è difficile risponderti in modo esauriente. Dipende sempre da cosa. Parti dal presupposto che i costi di produzione a livello artigianale sono molto alti, e non diminuiscono sensibilmente sulla singola unità aumentando i numeri. Sono spesso tali da rendere difficile che il prodotto possa ricompensare l’ideatore, il realizzatore, l’eventuale rappresentante, il negoziante, includendo le spese necessarie per la pubblicità, quelle di brevetto, quelle di gestione, tasse, IVA,  etc. A meno che non si tratti di qualcosa di unico e geniale. Se si trattasse di un ferma pinne o di un altro accessorio di prezzo al pubblico non elevatissimo, o comunque tale da non metterlo fuori mercato, quanti se ne dovrebbero vendere per ammortizzare le spese e garantire un guadagno che renda l’impegno sensato? Credo che le reali potenzialità del nostro settore dal punto di vista commerciale ed economico siano ampiamente sopravvalutate dai non addetti ai lavori. Il fatto che quasi tutte le principali aziende, grandi e piccole, siano gestite e spinte da appassionati praticanti e non da magnati della finanza e speculatori dovrebbe dirla lunga. Non ci sono arricchimenti facili, ma la possibilità di guadagnare il giusto impegnandosi e lavorando seriamente, anche se è certamente vero che è più facile superare le inevitabili mille difficoltà che ogni lavoro comporta quando a spingere, oltre alla possibilità di guadagno, c’è anche la passione.

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Claudio Basili

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